Croatian Amor_Isa 2019_(Posh Isolation) | elettronica, abstract-pop

C’è una nuova luce nello sterminato panorama elettronico e proviene dal cuore della vecchia Europa. Tuttavia, le coordinate stavolta non segnalano Berlino o Londra, bensì l’introversa e ordinata Copenaghen, capitale di una nazione, la Danimarca, dalla quale stanno lentamente emergendo realtà sempre più ispirate, decisamente insolite e interessanti. Musicisti partiti dal sottobosco sperimentale irto di field recordingspatchwork e astrazioni varie messe in campo con l’intento di alimentare nuove suggestioni, strutture possibilmente asettiche nella loro disposizione, eppure puntualmente profondissime.

Loke Rahbek, classe ’89, è sicuramente tra i manipolatori danesi più attivi degli ultimi due lustri. E’ lui il fatidico deus ex machina che ha dato vita alla benemerita Posh Isolation, chiamando a sé praticamente tutto il gotha underground della sua città, a cominciare dall’amico Christian Stadsgaard, con il quale ha formato il duo post-industrial Damien Dubrovnik, passando per i vari Alleypisser, Vanessa Amara, Puce Mary, Frederik Valentin, gli svedesi Erik Enocksson e Varg.
Una squadra di “agitatori” mediamente orientata al power electronics da cui attingere di volta in volta nuove idee. E un’alchimia alle macchine, quella segnalata e imbastita dal buon Rahbek, che trova la sua valvola di sfogo più entusiasmante attraverso il moniker Croatian Amor, attivo dal 2011, e con il quale giunge ora al quinto Lp: “Isa”. Un percorso, oltretutto, costellato di collaborazioni e progetti paralleli messi in piedi con i nomignoli più bizzarri, giusto per farvi un’idea: Body Sculptures, Caucasian Colony, Contour, Days in Return, Document One, En Tragedie, Erotikens Historie, Garrotte, Limepit, Olymphia, Pruneface, Severe Photography, Sexdrome, Shooting Gallery, Skurv, Vår.

Ebbene, dopo aver esplorato mari e monti, tendenze e fascinazioni di ogni sorta, con “Isa” il producer danese ha ben pensato di inquadrare finalmente il proprio “io” sonoro. Una messa a fuoco inattesa, visto il mood il più delle volte indecifrabile palesato a ogni nuova uscita. E così, traccia dopo traccia spunta fuori un tentativo decisamente riuscito di destrutturare la club music seguendo percorsi in buona parte distanti dai sentieri di casa PAN e NON Worldwide. Rahbek ha inoltre reso partecipi al proprio concept pezzi da Novanta del calibro di Yves Tumor, la sopracitata Puce Mary, Alto Aria, Jonnine Standish dei mitici HTRK e Soho Rezanejad, quest’ultima presente in diversi episodi con esiti davvero sorprendenti.

Dunque, se con “Genitalia Garden” l’intento era quello di amalgamare a intermittenza gocce elettroniche in salsa ambient, infarcendo poi il tutto con bordate di droni angelici e cullanti, in questa prova l’imperativo è attuare una fuga concreta verso una modellazione paradossalmente vicina al trip-hop di Bristol (!); insomma, un discreto distacco dagli andazzi del passato. Certo, sono ben lontane le traiettorie squisitamente dub, così come non c’è traccia di ritmi alla Tricky, e la sensazione complessiva è quella di trovarsi dinanzi a un progetto singolare, uno stravolgimento “pop” delle partiture minimali finora mostrate.
Per l’occasione, pervade financo un senso di speranza, un riflesso luminoso che non abbandona mai la stanza dei bottoni nel quale è solito chiudersi il placido Rahbek. E a tal riguardo, il flusso anestetico condito da cori, voci, proclami e i consueti rumori di fondo alla Vladislav Delay dell’introduttiva “Towards Isa”, funge solo da breve antipasto alla ben più compatta “In Alarm Light”, la quale unisce battiti in direzione Burial e programmazione in HD in stile Visible Cloaks. Un melting pot inebriante, con l’ugola della Rezanejad opportunamente modificata in salsa cyber.

Rahbek crea una possibile mescola post-dub altamente futuristica. Il ritmo è alieno, irregolare, e si nasconde a dovere nelle pieghe romantiche e struggenti di “Eden 1.1”, che anticipa “Siren Blur”, elettro-ballad “acquatica” tesa a diffondere un senso di pace eterna. Al contrario, la cupissima “Dark Cult”, con Jonnine Standish nelle vesti della matrona marziana, ipnotizza l’ascoltatore tra un beat stoppato e l’altro. Il sempre più ambito Yves Tumor è invece il protagonista, assieme ad Alto Aria, della delicatissima “Into Salt”, de facto il momento più minimal del disco, con il piano da tappeto e stop&go vocali che ricordano molto le sfuggenti ripartenze di AGF.
La conclusiva “In World Cell” è ricca di vibrazioni sconnesse, poste da contraltare alla dolce melodia che sale lievemente in cattedra nel finale. E’ la chiusura di un cerchio a suo modo astratto. Un disegno a tratti “nuovo”, un paesaggio ancora poco nitido, eppure già maledettamente affascinante.

di Giuliani Delli Paoli

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Autore dell'articolo: Carmine Sasso