FILM_Waking Life_di Richard Linklater_di Richard Linklater_animazione_Usa (2001)

“Io temo che stiamo perdendo la capacità del vivere con passione, di assumerci la responsabilità di quello che siamo, la capacità di raggiungere dei risultati e di sentirci soddisfatti della vita”

 

“La vita da svegli è un sogno sotto controllo”, affermava il filosofo spagnolo George Santayana, rappresentante illustre del cosiddetto realismo critico della prima metà del Novecento. E proprio da questa massima Richard Linklater è partito per realizzare “Waking Life”, sorprendendo un po’ tutti, estimatori e detrattori, che da sempre lo consideravano come un autore fortemente legato alla realtà vissuta. Ma il cineasta texano da sempre nasconde dietro la sua arte cinematografica una profonda riflessione sull’essere umano e sulle diverse possibilità filosofiche di approcciarsi alla vita. E il suo essere un regista fondamentale per comprendere e filtrare la contemporaneità attraverso la macchina da presa deriva proprio da questo elemento teorico e intellettuale. Ogni pellicola di Linklater, o per lo meno quelle che evidenziano un impegno più alto, ha la capacità di andare a toccare qualche elemento di pensiero su cui si fonda l’uomo dei nostri giorni, che si tratti di temi astratti oppure più prosaici e accessibili ai più.
In “Waking Life”, Linklater sposa alcuni passaggi fondamentali del realismo critico, per l’appunto, e formula una cogente critica all’idealismo: conoscenza e coscienza sono termini non sovrapponibili e la seconda sopraggiunge solo attraverso un processo mediato dal nostro intelletto, attraverso una forma di ragionamento che ci porta a possedere materialmente qualcosa che abbiamo esperito soltanto in senso fuggevole. Ed è vero anche il procedimento inverso: essere coscienti di star sognando non implica automaticamente la conoscenza di quel sogno. Ecco, “Waking Life” è un processo mentale che si crea davanti ai nostri occhi, è una teoria filosofica che si fa pellicola cinematografica, un’opera che mette in scena ambiziosamente il “non filmabile”, attraverso un sapiente (e stupefacente) uso dell’immagine e, soprattutto, della parola. Il film non è altro che quel processo mediato in cui anche Linklater crede fortemente: dal sogno inconsapevole e apparentemente ancorato al caos si arriva infine alla coscienza dell’onirismo, quasi al poterne disporre a piacimento, attraverso una presa d’atto del protagonista che l’esperienza del sogno è l’unica mediante cui gli è possibile avere finalmente chiaro ciò in cui crede, in cui non crede, ciò che davvero gli interessa nel mondo e ciò che trova superfluo. L’obiettivo finale, allora, diventa il predominio sull’incontrollabile: mano a mano che gli incontri si succedono, i temi più astrusi lasciano il campo all’essere umano in sé.

“Waking Life” è Richard Linklater

Ma “Waking Life” non è solo un esperimento mentale travasato nel mondo del cinema. Ci troviamo di fronte a un’opera che permette al suo autore di comporre un puzzle complesso di una serie di sue convinzioni, sull’uomo, sul mondo, sulla contemporeaneità, sull’arte e, più precisamente, sulla Settima arte. Gli incontri del protagonista, nel corso di cento minuti di lungometraggio, diventano occasione per dare voce a ossessioni tipicamente linklateriane, che ritroviamo in titoli precedenti a quello in oggetto o che incontreremo nello scorrere successivo della carriera del cineasta statunitense.
Ancora una volta vale la pena porre l’accento su questo aspetto: il sogno, per Linklater, non è fuga dalla realtà o tradimento dei propri ideali, bensì è una sorta di realtà parallela attraverso la quale il suo stile può spogliarsi di tutto ciò che è terreno per portare alla massima concentrazione i temi che sono alla base della sua arte. Nei film live action, infatti, ci sono troppe condizioni esogene da prevedere: la scenografia, le caratteristiche ambientali, lo stato di forma di un attore o un’attrice, le capacità tecniche della propria equipe. Qui la scelta del rotoscope è funzionale a quanto esposto sopra: gli attori al servizio del regista non devono interpretare dei ruoli fisici e reali, devono “prestare”, più che altro, un corpo e una voce. La colorazione successiva che trasforma la pellicola filmata in animazione raggiunge poi lo scopo ultimo: un film fatto di pensiero, idea, riflessione allo stato puro, non inquinata da nient’altro che non sia frutto del sogno stesso, vero e unico protagonista, unico a godere di un nome, di cui invece vengono privati i personaggi.

Il reale in digitale, il sogno in rotoscope

Le scelte di Linklater non sono mai casuali, né sono mai fini a se stesse. Come i cento interpreti di “Slacker”, come le sequenze girate in dodici anni di “Boyhood“, come il minutaggio della pellicola corrispondente al periodo narrato di “Before Sunset”. I critici prevenuti attaccano l’autore imputandogli mosse dettate dalla voglia di stupire, quando in realtà tutto, se osservato alla giusta distanza, assume un senso generale sorprendente in rapporto a una poetica della vita che va ben oltre i confini del grande schermo. E così non è né casuale né gratuita la decisione di filmare prima attori in carne e ossa con videocamera minidv e poi passare al rotoscope. Così, se da una parte si ottiene l’intento di fare del film un oggetto che annulla la narrazione per eventi, per passare a un racconto puramente tematico e filosofico, d’altra parte le caratteristiche specifiche di questa tecnica sono le migliori perché il sogno permei di onirismo anche l’immagine stessa: i tratti scontornati, i colori mutevoli, le forme liquide sono quanto di più simile un’animazione cinematografica possa costruire attorno all’idea stessa di sogno.
Fin dall’incipit il significato della pellicola viene esplicitato chiaramente: “Il sogno è il destino”, sostengono due bambini che giocano. E senza voler ripercorrere tutti i differenti incontri che il protagonista (interpretato nella realtà da Wiley Wiggins) affronta, è obbligatorio però soffermarsi su quelli più significativi perché, come scritto in precedenza, prima di giungere a quella consapevolezza piena del sogno, Wiggins, non è dato sapere quanto consciamente, si ritrova a percorrere sentieri intellettuali molto cari al suo stesso manovratore occulto, che altri non è che Linklater medesimo. Il primo colloquio significativo è quello con il conducente di un bislacco taxi a forma di barca (nella realtà è Bill Wise), il quale, alla presenza non certo casuale dello stesso Linklater nei panni di un pressoché silente passeggero, ricorda al protagonista che nella vita ognuno ha una scatola di colori e occorre utilizzarli sul foglio e, se necessario, anche oltre i bordi. Un primo ammonimento, insomma, sull’impossibilità di attenersi in modo stringente a regole prescritte, ma anche un monito metalinguistico sulla visione stessa che lo spettatore ha davanti: i personaggi di questa animazione in rotoscope, infatti, non hanno contorni ben definiti e la loro colorazione è stata effettuata seguendo proprio l’indicazione che suggerisce il tassista, dentro e fuori e i bordi, un po’ veglia e un po’ sonno profondo.

Esistenzialismo vs Postmodernismo

Fondamentale, successivamente, ci pare la lezione universitaria, seguita da una chiacchierata a quattr’occhi, con un docente universitario che affronta il confronto-scontro tra esistenzialismo e postmodernismo. A dispetto di quanto in molti possono pensare, in altre parole, gli esistenzialisti, secondo il professore che ha le sembianze di Robert C. Solomon, respingono la disperazione insita nell’essere umano e anzi colgono perfettamente il profondo significato di essere padroni della propria vita. Differentemente dai postmodernisti, con cui il filosofo afferma di sentirsi a disagio, perché questo loro insistere nel vedere l’uomo non come figura individuale con una sua specifica dignità, ma come, a turno, parte di una sovrastruttura sociale, ingranaggio all’interno di un composito disegno, mezzo per sperimentare le infinite possibilità del linguaggio e così via, ebbene, tutto questo non piace al nostro insegnante. E probabilmente non piace neanche a Linklater stesso, che da sempre cerca di ingrandire la lente d’osservazione della sua cinepresa quanto più possibile sull’uomo e i suoi dubbi, l’uomo e le sue riflessioni, l’uomo e l’impossibilità di fermare il tempo o possedere lo spazio. Linklater conferma ancora una volta la natura umanista del suo cinema: anche quando il suo sguardo si posa oltre, andando a toccare temi sociali, politici o persino storici, è sempre l’uomo il perno cui fare riferimento.
Anche il linguaggio è una vera ossessione che trova riscontro nell’ennesima svolta del sogno. Nel suo dialogo con Kim Krizan, il protagonista ammutolito ascolta un ragionamento attorno alla Creazione dell’umanità, basato sull’assunto che le chiavi della convivenza e della felicità sono fallaci per definizione. Le parole sono bollate come meri simboli, figure morte che non possono davvero trasmettere la complessità delle idee e dei percorsi mentali. Ancora una volta, emerge quasi lo stupore di Linklater verso ciò che potremmo banalmente definire “mistero dell’esistenza”, questo suo sentirsi assolutamente annichilito di fronte all’impotenza che proviamo allorché realizziamo l’inutilità dei nostri sforzi per dominare l’universo che ci circonda. Ed ecco che riassume un nuovo, prepotente significato l’uso del sogno nella narrazione: se il mondo che ci è esterno è ingovernabile, il sogno è un rifugio tutto nostro, un luogo della mente di cui si può imparare ad avere piena cognizione, per poter giungere addirittura a imparare come entrarvi e uscirvi con un atto di volontà.

L’immagine che perde il suo senso

Altro capitolo a parte è quello, appunto, più politico. Sappiamo che Linklater non ha mai nascosto il suo punto di vista sul mondo e, in certi casi, ne ha fatto anche l’asse portante di un’intera pellicola: pensiamo a titoli come “Fast Food Nation” oppure “Last Flag Flying“. Due incontri successivi e non consecutivi si segnalano per questo avvicinarsi a quello che potremmo definire “l’altro Richard”: sia l’autolesionista che si uccide sul marciapiede dandosi fuoco sia l’uomo con il megafono che arringa i passanti dalla sua auto sono entrambi caratterizzati da una visione decadente della realtà contemporanea. Che si tratti di immaginare l’uomo insanamente attratto da disastri e morte oppure di descrivere il potere costituito come sorta di Grande Fratello capace di mimetizzarsi e manipolare le menti degli individui, in entrambe le ipotesi siamo di fronte a una società in fase di disfacimento, all’interno della quale qualsiasi gesto eclatante, anche il più drammatico, viene registrato dall’opinione pubblica come un incidente quotidiano, nell’indifferenza generale.
L’ultimo break dai sogni all’interno del sogno principale, che vedono Wiggins come protagonista, ci riporta all’interno dell’universo proprio della carriera di Linklater: a letto, appena svegli, due personaggi che hanno le sembianze di Ethan Hawke e Julie Delpy (e che probabilmente nella fervida immaginazione del regista sono ancora Jesse e Celine) discutono sul rapporto che esiste tra il pensiero vitale e il post mortem; o meglio, riflettono sulle possibilità che potrebbero esistere se fosse vera la teoria per cui il nostro cervello rimane attivo alcuni minuti dopo la morte biologica, ebbene, esso potrebbe fuggire dall’imminente annientamento con la creazione di una vita alternativa, un sogno lucido, insomma. Jesse e Celine si chiedono proprio questo: quanto può durare questo tempo? Quante possibilità può darci? Ricordate l’interrogativo onnipresente nella trilogia dei “Before…”? L’idea di un valore assoluto dell’attimo istantaneo, la vita che ha un significato pregnante e poetico non nel suo complesso, ma come sequenza di attimi vissuti intensamente: è un’idea che in “Waking Life” galleggia qui e lì per tutto il film, fino a riproporsi in modo impellente sul finale. L’alternanza sogno-veglia si sovrappone alla questione temporale, che dal principio ossessiona il cinema di Linklater. Il cinema può essere il luogo reale dove l’uomo fa diventare concreta una mera aspirazione ideale? Può essere, cioè, l’ambito in cui è possibile fermare il tempo? Oppure ci si deve limitare a osservarlo, a studiarlo, ad assaporarne il valore inestimabile come bene prezioso ma inesorabilmente destinato a consumarsi?

Gli istanti della vita e la loro rappresentazione

Il sogno di Wiggins diventa angoscia, a un certo punto, perché il ragazzo realizza di non riuscire più a venirne a capo. Da un sogno si passa a un altro, in un vorticoso roteare all’indietro che potrebbe non avere mai fine. Il timore è quello di non poter più raggiungere quel controllo della propria sfera onirica che, a inizio film, sembrava essere la panacea di ogni male e fragilità. L’incontro con i tre onironauti è essenziale per dare a “Waking Life” una parvenza ulteriore di concretezza prima del gran finale: finalmente, l’idea stessa del sogno come dimensione nella quale l’uomo può realizzare consapevolmente ciò che non riesce, causa agenti esterni, a realizzare nella vita vera diventa l’argomento principale del confronto. I tre spiegano a Wiggins i trucchi per capire se si sta sognando, gli espongono anche le possibilità che sono date dall’imparare a dominare il proprio sogno, che diventa infine lucido, come un’aspirazione effettiva alla realizzazione.
In precedenza, il protagonista assiste anche a un’intervista a uno stravagante critico cinematografico. E questo è un elemento essenziale per prepararsi alla conclusione. Partendo proprio dalle teorie baziniane sul dualismo fra realtà e immagine cinematografica, Linklater fa dire al suo sedicente esperto che il senso stesso del cinema è quello di relazionarsi alla realtà e poterne restituire allo spettatore una sorta di verità: gli istanti della vita possono avere una coerente rappresentazione sullo schermo? Si chiede il critico. Qui rispondiamo noi, per conto del regista. Questa correlazione può esistere, certo, purché l’idea stessa di tempo fuggevole non venga scansata, non venga messa da parte in quanto “elemento disturbatore” del gioco di finzione. Il tempo diventa allora protagonista dell’opera cinematografica, tanto quanto gli uomini e le donne, con i loro sentimenti, che animano la storia raccontata.
“Waking Life” termina ricominciando, con un nuovo sogno pronto a iniziare. Forse un finale drammatico, perché vorrebbe dire che il protagonista non è riuscito davvero a svegliarsi, che l’uomo, così impegnato nella ricerca di una dimensione altra in cui potersi realizzare, ha perso la capacità di vivere nel mondo reale. Oppure può essere letto come un ulteriore passo verso una maturazione intellettuale e artistica: dopo gli incontri e le riflessioni disseminati lungo il percorso, ecco che Wiggins decide consapevolmente di sognare, riesce, se non a manipolare il tempo, a diventarne comunque padrone assoluto. Il sogno di Linklater continua e continua, un’aspirazione sempre più alta, sempre più ambiziosa. Mentre scriviamo, da “Waking Life” sono passati oltre dieci film e la strada sembra ancora tutta da tracciare.

 

recensione di Giancarlo Usai

powered by Ondacinema – www.ondacinema.it

Autore dell'articolo: Carmine Sasso