“È la bellezza che può salvare il nostro mondo dal nichilismo”

Da Husserl all’arte moderna, dalla formazione del gusto al legame con la verità e il bene, lo studioso di estetica parla di un concetto fondamentale della nostra storia.

Scrittore, giornalista, professore di Estetica, volto televisivo e tanto altro, Stefano Zecchi riunisce in sé una miriade di talenti, non ultimo quella di saper maneggiare come pochi l’arte della comunicazione e della divulgazione, in particolare sui temi dell’arte e della bellezza.

Nato a Venezia nel 1945, ha frequentato la facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università di Milano, laureandosi in filosofia con Enzo Paci, nientemeno che con una tesi sulla fenomenologia di Edmund Husserl.

Ai problemi della fenomenologia ha dedicato i suoi primi anni di studi e ricerche in ambito accademico. Dal 1979 professore ordinario di Filosofia teoretica presso l’Università di Padova, a partire dal 1984 e fino al 2013 ha ricoperto il ruolo di professore ordinario di Estetica presso l’Università di Milano. Ha insegnato in svariate università straniere, tra cui l’Università Tagore di Calcutta, in India. Oltre all’insegnamento, ha ricoperto incarichi in ambito culturale, con funzioni direttive e amministrative: consigliere d’amministrazione del Piccolo Teatro di Milano, presidente dell’Accademia di belle arti di Brera, membro del consiglio dell’Istituto per la programmazione scientifica e culturale della Regione Lombardia, assessore alla cultura di Milano, rappresentante del ministero della Pubblica istruzione presso l’Unesco per la tutele dei Beni immateriali, consigliere comunale a Venezia, consigliere d’amministrazione del MAXXI di Roma e infine consigliere d’amministrazione del Teatro Parenti di Milano. Dal 2016 è direttore dell’Istituto internazionale di scienza della bellezza di Milano. Nell’ambito della sua vasta produzione saggistica, ricordiamo: La fenomenologia dopo Husserl nella cultura contemporanea (Loescher, 1978), La fondazione utopica dell’arte. Kant, Schiller, Schelling (Unicopli, 1984), La bellezza (Bollati Boringhieri, 1990), L’artista armato. Contro i crimini della modernità (Mondadori, 1998), Paradiso Occidente. La nostra decadenza e la seduzione della notte (Mondadori, 2016). È anche autore di romanzi di successo, tutti editi da Mondadori, tra cui: Estasi (1993), Sensualità (1994), L’incantesimo (1997), Fedeltà (2001), Amata per caso (2003), Quando ci batteva forte il cuore (2010), Rose bianche a Fiume (2014).

Professor Zecchi, partiamo da una domanda fondante: che cos’è il bello, nel tempo e oggi?

«Non il bello, ma cosa sia bellezza. È un principio di conoscenza e di comunicazione del senso della vita. La bellezza è progetto, utopia, visione, non è mai reattiva, dissolutiva, nichilista. Nel tempo, essa è sempre stata un riferimento essenziale per rappresentare il significato dell’esistenza. Espressione massima della qualità».

Se dico che il problema della soggettività o oggettività del bello è un problema prevalentemente contemporaneo, dal momento che esso non si poneva, perlomeno in questi termini, nei secoli passati, dico una cosa esatta? Si avverte oggi l’esigenza di un canone?

«La forma soggettiva della percezione del bello si chiama gusto. Il gusto è soggettivo, la bellezza ha una propria oggettività che nel tempo si declina attraverso una fenomenologia degli stili. Può piacere – è una questione di gusto – più lo stile gotico rispetto al barocco, ma entrambi gli stili rappresentano il significato della bellezza. È una questione che è sempre esistita; il Novecento ha, piuttosto, espulso la bellezza dal giudizio estetico: l’ha rinnegata. Il canone moderno è l’assenza di canone. Il canone fa riferimento direttamente allo stile, solo secondariamente alla bellezza; lo stile di oggi è il non stile».

Non è forse vero che oggettività o soggettività del bello chiamano in causa altri valori, o disvalori, secondo i punti di vista, quali ad esempio il relativismo e il nichilismo? Ed è corretto considerare l’arte e il bello tra i valori fondanti della civiltà occidentale?

«Il canone moderno ha, appunto, rinunciato alla bellezza come categoria del giudizio estetico. È come se il giudizio morale avesse rinunciato all’idea di bene. La bellezza, espressione massima della qualità, nel momento in cui è ridotta a nulla, riduce a nulla la qualità dell’esperienza. Infatti, il tramonto dell’idea di bellezza vede il sorgere del sapere scientifico come modello di conoscenza dell’Occidente. Si attua un dislocamento dall’educazione estetica, educazione che ha formato l’uomo occidentale, e non solo, per quattro mila anni, all’educazione scientifica. L’educazione estetica si fonda sulla qualità dell’esperienza e della conoscenza, l’educazione scientifica sulla quantità e funzionalità».

E dunque come è cambiata l’idea di bellezza nei secoli?

«Cambiano gli stili di rappresentazione della bellezza, non la bellezza. È come dire che nel tempo cambiano le forme di realizzazione dell’idea di bene – istanza etica – non del bene. L’errore è pensare a una ontologia della bellezza, come del bene: il cosa è bellezza. Invece bisogna riportare la bellezza, come il bene, in una fenomenologia che comprenda lo sviluppo dell’idea nella storia».

Che cos’è il «sublime» e in che rapporto sta con il «bello»?

«Il sublime è una forma particolare di bellezza, in cui è dominante un aspetto psicologico, una forte componente emotiva. Si comprende così dalle ricerche del cosiddetto Pseudo Longino e di Kant, in particolare».

E ora veniamo a un tema particolarmente controverso: quando uno scritto può definirsi «letteratura» e un manufatto una «opera d’arte»?

«In genere è il critico a stabilirlo. Ma il critico, diceva giustamente Flaubert, è come il soldato che in tempo di guerra non ha il coraggio di combattere al fronte e, allora, fa la spia. I critici è meglio lasciarli stare. Non c’è definizione, c’è azzardo sulla base della sensibilità e della cultura».

Gli artisti contemporanei vanno ancora in cerca del bello o si pongono come riferimenti altri valori, quali l’originalità, la verosimiglianza, la denuncia e così via?

«Come già osservato, nella contemporaneità la bellezza non è più una categoria del giudizio estetico. Il canone moderno, espressione molto generica per designare la modernità, è assolutamente alieno all’idea di bellezza. Altre sono le categorie che si osservano nell’arte contemporanea, soprattutto quella di nuovo, di choc, quella della provocazione. Nei secoli, mai l’arte è stata così lontana dalla bellezza e così vicina alla volgarità».

Lei ha dichiarato che «verità», «bene» e «bello» sono i tre trascendenti che regolano la conoscenza umana. In che rapporto stanno tra loro? Che cosa ha a che fare il «bello» con il «bene» e con la «verità»?

«Conoscenza ed esperienza si costituiscono attraverso la trascendentalità del vero, del bene e del bello. La filosofia classica aveva istituito una stretta relazione tra la bellezza, come attributo ontologico del vero, e il bene. Oggi la sconnessione è totale, spesso cercata. Ma se si riflette sul modo di pensare dei bambini, ci si accorgerà che la loro immediata percezione della bellezza è connessa alla loro considerazione, altrettanto immediata, di ciò che è vero».

Veniamo a un altro punto cruciale del nostro discorso. È vero che l’arte si pone al di là del bene e del male? Al riguardo Oscar Wilde scriveva che «in un artista un intento morale è un imperdonabile manierismo stilistico». Lei che ne pensa?

«È una posizione che nella forma filosoficamente più complessa si trova in Nietzsche e, poi, da un punto di vista letterario, in D’Annunzio. E non vorrei dimenticare né Wagner né Baudelaire. La moralità è nel fare arte. La vera arte rappresenta la vera vita».

E ora una piccola provocazione. A cosa serve l’arte? Ha una funzione o utilità sociale?

«L’uomo nasce con l’arte e vivrà finché ci sarà arte. Lo spiegano i graffiti preistorici nelle grotte di Altamira o di Lascaux».

Ci si educa al gusto, al bello? Il buon gusto deriva dall’educazione, come sosteneva tra gli altri Pierre Bourdieu, o è un talento innato?

«Certamente. L’educazione estetica è formazione alla conoscenza della bellezza e al raffinamento del gusto. Ci sarà talento innato, ma l’educazione è, comunque, fondamentale, tuttavia da impartire ai bambini, che in questo senso sono molto ricettivi e danno molte soddisfazioni. Gli adulti lasciamoli stare: loro sanno, quello che già sanno».

In che rapporto stanno bellezza e lusso? E l’esibizione del lusso in epoche di crisi economica è da ritenersi immorale?

«Il lusso è la naturale aspirazione a una bellezza rara e preziosa. Nell’oggetto di lusso c’è un desiderio di assoluto, la visione di una bellezza che, raggiungendo una propria ideale perfezione, oltrepassa qualsiasi dominio dell’utile sulla qualità estetica. Anzi, generalmente, il lusso è ritenuto qualcosa di inutile, di superfluo, e tuttavia esso appare essenziale per cogliere, talvolta vivere, il senso più alto della bellezza. Il lusso ha una preziosità venale, ma nessun prezzo corrisponde al suo valore estetico. Chi davvero si lascia sedurre dal lusso non è preda di un bisogno di esibizione ma, piuttosto, è catturato dal desiderio di naufragare in una bellezza che oltrepassa il gusto soggettivo e possiede una sua universalità. Il grande cantore di questo lusso senza prezzo è il poeta Charles Baudelaire. Ma senza educazione estetica il lusso è cosa da cafoni, cioè di chi crede che sia sufficiente avere denaro per accedere al lusso. L’esibizione del lusso? È tipica dei cafoni».

Aiuta la bellezza nella vita? Nella carriera, nella famiglia, nei rapporti sociali?

«Ci si vuole proteggere moralisticamente dalla bellezza, perché essa istituisce una differenza radicale. Lo spiegava bene Leopardi. La bellezza crea differenze di seduzione e di potere: c’è chi sa approfittarne, perché è una carta di credito prestigiosa. Poi i nodi vengono al pettine, come raccontano il mito di Elena e la guerra di Troia».

E dunque, per usare una specie di formula magica, sarà la bellezza a salvarci?

«La bellezza salva dal nichilismo, vera malattia spirituale del nostro tempo, di cui è affetto l’Occidente».

Ritiene che la bellezza del nostro Paese sia stata deturpata negli ultimi decenni? Quale Paese, nell’epoca contemporanea, può essere preso a modello per quanto riguarda lo sviluppo urbanistico, architettonico e paesaggistico?

«Nel dopoguerra il nostro Paese è stato devastato da pianificazioni urbane sconsiderate, dalla costruzione di periferie ignobili, spesso firmate da architetti importanti. Colate di cemento sulle nostre coste, in montagna… La speculazione edilizia ha umiliato la bellezza e la dignità umana. In Europa, le nazioni del Nord sono quelle che più hanno rispettato la natura, la tradizione urbana e uno sviluppo attento alle esigenze dell’abitabilità dell’uomo».

fonte: ilgiornale.it clicca qui per l’articolo orginale

Autore dell'articolo: Carmine Sasso